Telti, il Premio Valentina a Giuseppe Ignazio Loi: simbolo della dignità della Sardegna

DiRedazione

08/08/2026

C’è una Sardegna che non ha bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare. È la Sardegna di chi lavora la terra, di chi conosce il valore di un pascolo, di un campo, di una costa; la Sardegna di uomini e donne che hanno imparato che alcune cose non hanno prezzo perché appartengono alla memoria, alle radici e all’identità di un popolo.
È questa Sardegna ad essere stata protagonista ieri a Telti, in occasione dell’apertura della 31ª Sagra del Mirto, con la consegna del Premio Valentina a Giuseppe Ignazio Loi, conosciuto anche come Efisio Mulas, il pastore che nel film La vita va così, diretto da Riccardo Milani, ha portato sul grande schermo una storia profondamente legata alla nostra isola. Un riconoscimento che assume un significato particolare perché non premia soltanto un interprete, ma celebra una storia, una scelta e un modo di intendere il rapporto con la propria terra. A Giuseppe Ignazio Loi è stata consegnata una statuetta raffigurante una tartaruga, realizzata dall’artista Claudia Deiana attraverso l’antica tecnica sarda del colombino.
La scelta della tartaruga non è casuale: rappresenta saggezza, tenacia e forza, ma richiama anche l’idea della casa che si porta con sé, ovunque si vada. Un simbolo che sembra racchiudere perfettamente il significato del Premio Valentina: la difesa dell’ambiente e del territorio, ma anche la memoria di chi, con coraggio e determinazione, ha scelto di non arrendersi.
Dietro questo riconoscimento c’è infatti la figura di Ovidio Marras, il pastore di Teulada che per anni difese la propria terra nella zona di Tuerredda e Capo Malfatano, opponendosi a un progetto di sviluppo turistico che avrebbe trasformato profondamente quel tratto di costa. La sua è diventata una delle vicende più emblematiche della battaglia per la tutela del paesaggio sardo.
La storia di Ovidio Marras ha dimostrato che anche la voce di un singolo uomo può diventare una voce collettiva.
Un pastore, apparentemente solo davanti a interessi economici molto più grandi di lui, decise di difendere ciò che considerava parte della propria vita e della propria identità.
Non fu soltanto una questione di proprietà.
Era il rapporto con una terra vissuta per generazioni, con un paesaggio che non rappresentava semplicemente una bellezza da ammirare, ma un luogo nel quale vivere, lavorare e riconoscersi.
Quella battaglia è diventata poi la fonte d’ispirazione per La vita va così, il film di Riccardo Milani, nel quale la vicenda viene trasformata in una storia capace di parlare non soltanto alla Sardegna, ma a tutti coloro che si interrogano sul rapporto tra sviluppo, ambiente e rispetto del territorio.
Ovidio Marras è morto nel 2024, all’età di 93 anni, ma la sua storia non è finita con lui.
È rimasta nella memoria dell’isola.
E oggi continua a vivere anche attraverso il cinema.
A interpretare il pastore Efisio Mulas è stato scelto proprio Giuseppe Ignazio Loi, un vero pastore sardo.
Ed è forse una delle scelte più significative del film.
Perché Loi non porta sullo schermo soltanto un personaggio: porta la propria esperienza, la propria lingua, i propri gesti, il proprio modo di vivere. Non interpreta una Sardegna costruita per il cinema.
È la Sardegna autentica che entra nel cinema.
Una Sardegna fatta di silenzi, di lavoro, di mani segnate dalla fatica, di rapporto con gli animali e con la terra. Una Sardegna che non ha bisogno di essere spiegata perché si riconosce nei gesti quotidiani di chi quella vita l’ha realmente vissuta.
E così Giuseppe Ignazio Loi diventa, attraverso il personaggio di Efisio Mulas, una sorta di ponte tra la realtà e la finzione, tra la memoria di Ovidio Marras e lo sguardo di migliaia di spettatori.
La consegna del Premio Valentina, all’interno di una manifestazione come la Sagra del Mirto, assume quindi un valore che va oltre la cronaca dell’evento.
Telti ha scelto di celebrare una persona e, attraverso di lui, una storia.
Ha scelto di ricordare che parlare di Sardegna non significa soltanto parlare di turismo, di mare e di paesaggi meravigliosi.
Significa parlare anche di comunità, lavoro, cultura, tradizioni e rispetto della terra.
Perché dietro ogni angolo della nostra isola esiste una storia.
Dietro ogni campagna, ogni pascolo, ogni sentiero e ogni costa ci sono uomini e donne che hanno costruito la propria vita e quella delle generazioni successive.
Ed è proprio qui che la storia di Ovidio Marras continua a parlarci.
Ci ricorda che il territorio non è una merce qualsiasi.
Che il paesaggio non può essere considerato soltanto in termini economici.
Che lo sviluppo è importante, ma lo è altrettanto il modo in cui scegliamo di realizzarlo.
Forse è questo il significato più profondo di quel piccolo premio a forma di tartaruga.
Una creatura che cammina lentamente, con pazienza e determinazione, portando sulla propria schiena la propria casa.
Perché anche noi, in fondo, portiamo la Sardegna con noi. La portiamo nella lingua, nei ricordi, nei profumi, nelle feste, nei canti, nelle tradizioni. La portiamo nei racconti dei nostri anziani e nelle storie di uomini come Ovidio Marras.
E abbiamo il dovere di consegnarla alle nuove generazioni.
Non una Sardegna immobile, incapace di cambiare, ma una Sardegna consapevole del proprio valore.
Una Sardegna capace di guardare al futuro senza dimenticare da dove viene.
Una Sardegna nella quale la modernità non debba necessariamente significare cancellazione della memoria.
Il Premio Valentina consegnato a Giuseppe Ignazio Loi racconta proprio questo.
Racconta una Sardegna che sa riconoscere il valore di chi ha difeso la propria terra.
Una Sardegna che attraverso il cinema ha trovato il modo di far conoscere al mondo una storia nata in un angolo della nostra isola.
Una Sardegna che non vuole essere soltanto ammirata, ma conosciuta e rispettata.
E allora quella tartaruga diventa molto più di una statuetta.
Diventa il simbolo di una memoria che cammina lentamente, ma continua ad andare avanti.
Con la forza di chi sa da dove viene.
Con la tenacia di chi non dimentica.
Con la dignità di chi, davanti alla propria terra, ha saputo dire: questa è casa mia.
E forse è proprio questa la Sardegna che vale la pena raccontare.
La Sardegna che non si vende, non si dimentica e non si arrende.

Antonella Sedda

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