Una platea gremita e un lungo applauso hanno accolto “Su Maistu”, il documentario di Gianfranco Cabiddu, protagonista della seconda serata del Festival del Cinema di Tavolara, ospitata nella suggestiva cornice di La Peschiera, a San Teodoro.
Ad aprire la serata è stata la madrina del Festival, Ludovica Nasti, che ha affidato al pubblico una riflessione intensa sul valore della memoria e dell’identità culturale.
«Credo che ogni terra abbia qualcosa che la rende unica: un linguaggio, una musica, un paesaggio. Oggi parliamo proprio di questo, di ciò che il tempo non è riuscito a cancellare. Ci sono persone che dedicano l’intera vita a custodire un patrimonio e a consegnarlo alle generazioni future. Il cinema fa anche questo: conserva la memoria, la fa esistere, le dà un volto e le permette di sopravvivere».
Parole che hanno introdotto perfettamente il senso del documentario. «È un film bellissimo – ha aggiunto – che racconta la storia di un uomo che ha dedicato tutta la sua vita a uno dei simboli più antichi della tradizione sarda, lasciando un patrimonio da custodire e tramandare alle nuove generazioni».
Ludovica Nasti ha quindi accolto sul palco il regista Gianfranco Cabiddu, congratulandosi con lui per il recente e prestigioso successo ottenuto al Bif&st di Bari, dove “Su Maistu” ha conquistato il premio come Miglior Film nella sezione dedicata al cinema italiano. Il riconoscimento è stato salutato da un caloroso applauso del pubblico presente.
Nel dialogo con Ludovica Nasti, Cabiddu ha raccontato il profondo legame umano e artistico che lo unisce a Luigi Lai.
«Lo conosco da tantissimi anni. Abbiamo lavorato insieme a numerosi progetti musicali e, circa quarant’anni fa, è stato anche il musicista di un mio film. Gli devo molto e sono grato di aver avuto la possibilità di raccontare la sua storia».
Il regista ha spiegato che “Su Maistu” è il frutto di un lavoro durato circa otto anni, nato dal desiderio di andare oltre il semplice ritratto di un musicista.
«Volevo raccontare, attraverso Luigi Lai, una storia universale. Parliamo di una vita lunga quasi un secolo, ma soprattutto della storia di un uomo che non ha mai perso la curiosità. Lavorare con lui è stato come lavorare con un ragazzo».
Cabiddu ha sottolineato come Luigi Lai, pur essendo il più grande interprete delle launeddas, non abbia mai considerato questo strumento come qualcosa di marginale o relegato al folclore.
«Le launeddas non sono uno strumento minore. Attraverso Luigi Lai sono diventate un linguaggio universale, capace di dialogare con il jazz, con la musica classica e con i più grandi musicisti del mondo. Lui è riuscito a mettersi sullo stesso piano dei grandi artisti senza mai perdere la propria identità».
Con emozione, il regista ha definito il documentario «un gesto d’amore». Un gesto d’amore verso Luigi Lai, che considera ormai «uno di famiglia» dopo oltre trent’anni di amicizia e collaborazione, ma anche un gesto d’amore verso la Sardegna, terra che il maestro fu costretto a lasciare da emigrato e alla quale ha poi restituito, con la sua arte, un patrimonio culturale inestimabile.
Cabiddu ha ricordato anche il profondo valore sociale delle launeddas, uno strumento che per secoli ha accompagnato la vita delle comunità sarde, dalle feste ai matrimoni fino ai momenti più dolorosi. Ha raccontato, tra gli episodi più significativi, di quando a Luigi Lai venne chiesto di creare una musica per un funerale, dimostrando ancora una volta la sensibilità e la profondità umana di un artista capace di dare voce a ogni emozione.
Il suo auspicio è che siano sempre di più i giovani ad avvicinarsi allo studio delle launeddas, perché un patrimonio così prezioso continui a vivere attraverso le nuove generazioni. «Alla base di ogni documentario c’è la sincerità. Se un film è sincero, riesce ad arrivare al cuore delle persone», ha concluso.
Da qui prende forma il racconto di una vita straordinaria. Quella di Luigi Lai, maestro capace di trasformare il suono delle launeddas in un linguaggio universale.
Ci sono uomini che attraversano il tempo senza mai smettere di appartenere alla propria terra. Uomini che, con il talento, il sacrificio e una straordinaria umiltà, trasformano una tradizione in un’eredità da consegnare al mondo. Luigi Lai è uno di loro.
Ogni nota che nasce dal respiro delle sue launeddas racconta la Sardegna più autentica: quella delle feste popolari, dei silenzi, della fatica, della dignità e della memoria. Ascoltarlo significa compiere un viaggio nelle radici profonde di un popolo, dove la musica non è soltanto arte, ma identità.
La sua è una storia di sacrificio e di riscatto. Nato in una famiglia umile, conosce presto la fatica e l’emigrazione in Svizzera, ma non smette mai di portare con sé il suono della sua terra. Mentre tanti rischiavano di vedere scomparire una tradizione millenaria, lui sceglie di dedicarle la vita, studiando, insegnando e formando nuove generazioni di musicisti.
Nelle sue mani le launeddas diventano un linguaggio universale. Il loro suono approda nei più importanti festival e teatri internazionali, dalla Sardegna all’Irlanda, alla Scozia fino a New York, dialogando con il jazz, la musica classica e la sperimentazione contemporanea.
Nel corso della sua straordinaria carriera Luigi Lai ha condiviso il palco con grandi artisti italiani e internazionali, tra cui Paolo Fresu, dimostrando che la tradizione non è qualcosa da conservare sotto una teca, ma una realtà viva, capace di dialogare con il mondo.
Il documentario restituisce il ritratto di un uomo semplice, generoso e profondamente legato alle proprie radici, che non ha mai cercato il successo personale, ma ha fatto della salvaguardia della tradizione la missione della sua vita. Un impegno che gli è valso anche la Laurea Honoris Causa dell’Università di Bologna, riconoscimento che consacra il valore universale del suo percorso umano e artistico.
E ciò che più emoziona è sapere che, alla soglia dei suoi 95 anni, Luigi Lai continua ancora oggi a suonare con la stessa passione e con la stessa meraviglia di un ragazzo. Ogni nota che esce dalle sue launeddas racconta una vita fatta di sacrifici, umiltà, talento e amore infinito per la Sardegna.
Al termine della proiezione il pubblico ha tributato un lungo e caloroso applauso a un’opera capace di emozionare e far riflettere. “Su Maistu” non è soltanto il ritratto di un grande musicista. È il racconto di un uomo che ha salvato un patrimonio millenario e lo ha consegnato al mondo intero. Perché ci sono artisti che lasciano opere. Luigi Lai, invece, ha lasciato un’eredità: il respiro stesso della Sardegna, che continua a vivere nel suono senza tempo delle sue launeddas.
Antonella Sedda
