CAGLIARI, 25 MAG – La Sardegna è davanti a un “tramonto demografico” che mette a rischio il futuro sociale, economico e produttivo dell’Isola. È il quadro tracciato dal Rapporto METE 2026, curato da CREI-ACLI e IARES, che definisce la Sardegna un vero “caso limite” nel panorama nazionale ed europeo.
Negli ultimi vent’anni l’Isola ha perso oltre 85mila residenti, l’equivalente della popolazione complessiva di centri come Assemini, Monserrato, Quartucciu e Selargius. Al primo gennaio 2026 i residenti sono 1.554.490, mentre il tasso di fecondità è sceso a 0,85 figli per donna, il dato più basso d’Italia e tra i più critici d’Europa, lontanissimo dalla soglia di sostituzione generazionale fissata a 2,1.
Il rapporto segnala anche il peso dell’invecchiamento: gli over 65 rappresentano il 28,1% della popolazione, facendo della Sardegna la seconda regione più vecchia d’Italia dopo la Liguria. I giovani sotto i 15 anni sono appena il 9,4%. Le proiezioni al 2050 indicano una popolazione attiva destinata a scendere sotto il 50%, con conseguenze pesanti sulla tenuta del welfare.
La crisi demografica si intreccia con quella economica. Secondo l’analisi, il circolo vizioso tra spopolamento e bassi redditi costa alla Sardegna circa 1,7 miliardi di euro di capacità produttiva. Il divario reddituale resta marcato: se un contribuente italiano dichiara mediamente 100 euro, un contribuente sardo ne dichiara 86.
Forte anche il peso dell’emigrazione. Gli iscritti all’AIRE sono 133.256, una comunità che il rapporto paragona a una seconda città sarda fuori dall’Isola. Il 70,4% appartiene alla fascia tra i 18 e i 64 anni, segno di una perdita consistente di competenze e forza lavoro. La popolazione straniera, invece, è pari al 3,7% del totale, ultima incidenza in Italia, ma contribuisce con 1,2 miliardi di euro di valore aggiunto, soprattutto in agricoltura e turismo.
Il documento evidenzia anche la crisi del capitale umano: negli ultimi vent’anni la fascia d’età tra i 19 e i 25 anni si è ridotta del 29,6% e la mobilità universitaria verso il Centro-Nord rischia di accentuare le disuguaglianze sociali.
Sul piano territoriale emerge una Sardegna a due velocità: la Gallura Nord-Est è l’unica area in crescita significativa, con un incremento dell’11,3%, mentre molte aree interne registrano cali superiori al 25%, con la progressiva perdita di servizi, giovani e opportunità.
Per il Rapporto METE 2026 la denatalità non nasce da un disinteresse verso la famiglia, ma da precarietà, bassi redditi, carenze nei servizi e squilibri nella distribuzione del lavoro di cura, che pesa soprattutto sulle donne. Tra i segnali positivi vengono citati modelli locali di resilienza, come Gergei, e il ruolo dello sport come strumento di inclusione e cittadinanza attiva.
La conclusione è netta: la Sardegna deve smettere di trattare lo spopolamento come un’emergenza permanente e avviare una strategia strutturale su lavoro, welfare, diritto allo studio, servizi e attrattività territoriale. L’obiettivo è rendere possibile e desiderabile la scelta di restare, tornare o arrivare nell’Isola.
