Sabato 28 febbraio, a Cagliari, la Sardegna scenderà in piazza. L’appuntamento è alle ore 11 in Piazza Palazzo, nel quartiere Castello, per una manifestazione pubblica che porta uno slogan forte, diretto, destinato a far discutere: “La Sardegna non è una colonia penale”.
L’immagine scelta per l’iniziativa è eloquente: la sagoma dell’isola trasformata in una gabbia. Un simbolo potente che sintetizza il timore di molti cittadini rispetto alla crescente concentrazione in Sardegna di detenuti sottoposti al regime del 41-bis e, più in generale, alla prospettiva di nuove servitù carcerarie imposte al territorio.
La mobilitazione nasce da una preoccupazione diffusa: che l’isola venga considerata luogo ideale per concentrare strutture detentive di alta sicurezza, rafforzando un’idea di isolamento che storicamente ha già segnato la Sardegna sotto molteplici aspetti. Non si tratta di mettere in discussione la lotta alla criminalità organizzata – che resta una priorità assoluta dello Stato – ma di chiedere equilibrio, proporzionalità e rispetto per un territorio che negli anni ha già sopportato numerose servitù.
Il messaggio della manifestazione è duplice. Da una parte il “no”: no a nuove imposizioni, no a una concentrazione del 41-bis che rischi di identificare l’isola come spazio destinato prevalentemente alla detenzione di massima sicurezza, no a un’immagine che penalizza la Sardegna sul piano simbolico e sociale. Dall’altra il “sì”: sì all’autonomia sarda, sì a un futuro costruito sulle vocazioni autentiche dell’isola – cultura, turismo sostenibile, innovazione, tutela ambientale, valorizzazione delle comunità locali.
L’autonomia speciale della Sardegna non è un privilegio, ma uno strumento di responsabilità e partecipazione. Significa poter essere parte attiva nelle decisioni che incidono profondamente sul territorio. Significa non subire scelte calate dall’alto, ma contribuire a orientarle nel rispetto del bene comune.
In gioco non c’è soltanto una questione amministrativa o organizzativa. C’è una dimensione identitaria. La Sardegna è terra di storia millenaria, di lingua e tradizioni, di poeti e intellettuali che hanno raccontato con orgoglio la dignità di un popolo. Ridurla a simbolo di reclusione sarebbe una semplificazione ingiusta e per molti inaccettabile.
La piazza, allora, diventa spazio di confronto democratico. Non un luogo di contrapposizione sterile, ma di partecipazione civile. Un modo per dire che la Sardegna vuole essere protagonista del proprio destino, non semplice destinataria di decisioni altrui.
Perché un’isola può essere circondata dal mare, ma non per questo deve essere circondata dal silenzio.
E la dignità di una terra non può mai essere messa tra parentesi.
Antonella Sedda

