Tempio, intervista a Fabrizio Carta: “il passato non ci basta”

DiRedazione

11/02/2026

08.02.2026
Un’intervista che lo scrivente non avrebbe mai immaginato di realizzare fino a pochi mesi fa. Oggi ci troviamo davanti a Fabrizio Carta, tra i fondatori di questa testata, che nel mese di dicembre ha scelto di farsi da parte dal ruolo editoriale e che ora corre per la carica di sindaco di Tempio Pausania alla guida di una coalizione di cui si parlerà. È la prima volta che affrontiamo apertamente questo argomento. Le domande saranno dirette, senza sconti, nello stile che questa testata ha sempre adottato, nelle interviste scritte e televisive. Come osservato da La Nuova Sardegna nei giorni scorsi, se dovesse riuscire nell’impresa, sarebbe il sindaco più giovane della storia recente della città.

Partiamo da qui: come nasce questo percorso?
Dire che nasce per caso sarebbe riduttivo.
Non è un caso la sofferenza che molti cittadini avvertono per lo stato della città: Tempio è “città” sulla carta, ma spesso non nei servizi e nel vissuto quotidiano. Dopo anni di impegno associativo ed editoriale, e davanti a un progetto come Tempio Ritorna Città, nato prima di me e destinato a proseguire oltre me, non potevo restare a guardare. E credo che molti cittadini sentano la stessa responsabilità.

Alcuni l’hanno criticata perché troppo giovane e “non del mestiere”…
È accaduto, ed è legittimo nel confronto pubblico. Non sono “del mestiere”, ed è proprio questo il punto: la politica non dovrebbe essere un mestiere né una rendita. Ho 41 anni. Significa energia, visione di lungo periodo e libertà. Ho maturato esperienze nel mondo editoriale, associativo, sindacale e politico-istituzionale, anche a livello nazionale. Metterò tutto questo al servizio della città, insieme a una squadra con competenze civili e amministrative solide.

Perché ha deciso di candidarsi proprio adesso?
Perché Tempio attraversa un momento delicato. Ho la sensazione che la città si sia abituata a galleggiare. Io credo invece che abbia ancora una forza enorme, ma serva una guida che rimetta in moto le energie migliori. Non è ambizione personale. È responsabilità.

C’è stato un momento preciso?
Non un momento, ma tanti incontri. La frase che ho sentito più spesso è stata: “Non cambia mai niente.” Oppure: “Non andrò a votare.” Quella rassegnazione mi ha colpito. Tempio non è una città rassegnata.

Qual è oggi il vero problema di Tempio?
Non è un singolo problema, ma l’assenza di una direzione chiara. Ci si limita troppo spesso all’ordinaria amministrazione. Una città come la nostra ha bisogno di un progetto di lungo periodo: infrastrutture moderne, turismo strutturato, valorizzazione del Monte Limbara, sostegno concreto al tessuto produttivo.
Senza una strategia complessiva si resta fermi. In questo condivido una riflessione che Nicola Comerci porta avanti da tempo: alla città è mancata una visione di respiro, capace di guardare oltre l’immediato e di programmare il futuro con coerenza.

Tempio può tornare centrale in Gallura?
Sì, ma non con la nostalgia. Con le scelte. Serve diplomazia territoriale, capacità di dialogare con Olbia e Sassari senza complessi. Centralità significa peso politico e capacità di incidere.

È più uomo di dialogo o di decisione?
Il dialogo è essenziale. Ma un sindaco deve decidere. Io lo farò dentro un perimetro democratico, partecipato, e trasparente. La nostra struttura, che prende forma dal nuovo sistema elettorale, è declinata sulla pluralità democratica.

Se diventasse sindaco, quale sarebbe il primo atto?
Il primo atto non sarebbe simbolico, ma operativo. Convocarei immediatamente un tavolo permanente con associazioni, imprese, rappresentanze delle frazioni e forze politiche per definire un cronoprogramma pubblico sui temi centrali della città: collegamenti, rilancio del centro storico, valorizzazione delle frazioni e delle periferie cittadine, sostegno alle imprese, sanità e quello che chiameremo “progetto Limbara”.
Non un incontro di facciata, ma un metodo stabile. Le promesse devono trasformarsi in impegni con tempi certi e responsabilità chiare. Inviterei anche le opposizioni. Si governa per tutti, non per una parte.
Da subito il Consiglio Comunale dovrà tornare ad essere un luogo di confronto reale, più frequente, con ordini del giorno mirati, in cui maggioranza e minoranza possano contribuire alla stesura degli atti prima ancora del voto.
Il cambio di passo non sarà solo nei contenuti, ma nel metodo. E su questo sarò molto chiaro nelle prossime settimane.

Prima dell’intervista mi raccontava, quasi con imbarazzo, che qualcuno le ha fatto notare di essere “troppo cattolico”. Questa cosa può rappresentare un limite?
In realtà lo raccontavo sorridendo, perché mi ha fatto riflettere. La mia fede è una dimensione personale, non uno strumento politico. In queste settimane ho fatto mio l’invito di Papa Leone a costruire ponti tra persone con storie diverse. E l’ho fatto concretamente, dialogando con persone che hanno sensibilità culturali e politiche differenti, e con chi non condivide affatto il mio percorso di fede.
Mi riconosco pienamente nei valori della Costituzione: uguaglianza, dignità, pari opportunità. Mettere veti per un credo diverso, per il sesso o per il colore della pelle è qualcosa che non dovrebbe nemmeno entrare nel dibattito pubblico.
Questo progetto si regge sul rispetto delle persone e sulla giustizia sociale, non sulle etichette. La fede, come ogni convinzione personale, appartiene alla coscienza di ciascuno. L’amministrazione di una città riguarda diritti, servizi, lavoro, sanità. Riguarda tutti.

Appartiene a qualche partito?
Personalmente no. Non sono iscritto ad alcun partito. Nella nostra squadra le differenze, anche politiche, sono una ricchezza. In una realtà locale contano competenze e bene comune. Le contrapposizioni ideologiche le lasciamo ad altri.

Che città sogna tra dieci anni?
Una città che non si sente periferia. Dove i giovani restano per scelta. Una città che torna punto di riferimento della Gallura interna.

Perché un cittadino dovrebbe fidarsi di lei?
Perché non devo niente a nessuno. Non ho padrini politici. Mi assumo responsabilità in prima persona. Tempio merita un progetto serio, non equilibri di favore.

Spesso si parla di politica, ma meno della macchina amministrativa. Che ruolo avranno i dipendenti comunali nel suo progetto?
Un ruolo centrale. Un Comune non è solo il sindaco, giunta o Consiglio Comunale: è fatto da decine di uffici con dipendenti che ogni giorno garantiscono servizi ai cittadini. Il rilancio della città passa anche dal rilancio della pubblica amministrazione. Significa valorizzare il personale mettendo tutti nelle condizioni di poter esprimere in serenità il massimo del proprio potenziale, investire nella formazione, semplificare le procedure e creare un clima di collaborazione e responsabilità condivisa. Se messi nelle condizioni giuste, i dipendenti comunali possono essere la vera forza del cambiamento. E vedere che una città cambia grazie anche alle proprie competenze, rende la squadra fortissima.

Il 31 gennaio, in televisione, Fabrizio Carta ha pronunciato il suo primo intervento pubblico da candidato. Un discorso lungo, articolato, nel quale ha parlato di declino, rassegnazione, metodo e dignità. Ripartiamo da lì.

Nel suo discorso ha parlato di un “bivio” per Tempio. Non è un’espressione forte?
Non è uno slogan. È una constatazione. Ho detto chiaramente che Tempio è davanti a una scelta: restare ferma, continuando a credere alle stesse promesse fatte da anni dalle stesse persone, oppure cambiare metodo. Restare fermi significa accettare il calo demografico, la perdita di servizi, la marginalità.
Il bivio è reale, non retorico.

Ha detto che Tempio è città solo formalmente. Cosa intendeva?
L’ho detto anche prima. Intendo che il titolo giuridico non basta. Essere città significa avere servizi adeguati, un ospedale che funzioni e lottare realmente per esso, essere un ruolo di riferimento per il territorio circostante, promuovere politicamente la rete con i comuni. Ho detto che Tempio è città sulla carta, ma deve tornare a esserlo nel vissuto quotidiano: nelle strade, nei servizi, nella percezione collettiva.

Nel discorso ha parlato di “rassegnazione diffusa”. È davvero così grave?
Sì. Ho accennato di aver incontrato persone che mi dicevano di non voler nemmeno andare a votare. Questa è la cosa più preoccupante. La rassegnazione è il segnale più evidente del declino. Ma ho visto anche riaccendersi entusiasmo. E significa che la città non è spenta.

Ha detto che non bastano “qualche volto nuovo in buona fede” senza un vero cambio di metodo. È un giudizio severo verso chi governa?
È una riflessione oggettiva. Se per anni si promettono le stesse cose – cito solo la sanità – e nel frattempo la situazione peggiora, è evidente che il nodo non riguarda solo i volti, ma il metodo e le responsabilità apicali che hanno guidato quel percorso con quel metodo. Volti apparentemente nuovi non possono cancellare un passato costruito sotto la stessa impostazione politica, soprattutto se le figure di riferimento e di guida restano le medesime. Cambiare davvero significa cambiare approccio e guida. Per capire cosa potranno fare domani, basta osservare ciò che hanno fatto ieri. E nell’ultimo decennio il metodo è rimasto sostanzialmente lo stesso. Ci saranno altre occasioni, poi, per raccontare di chi, per anni, ha criticato proprio quelle figure apicali e oggi ha scelto di sostenerle.

Ha insistito molto sul cambio di metodo. In cosa dovrebbe consistere?
Nel superare l’ordinaria amministrazione. Nel passare dalle promesse al cronoprogramma. Nel rimettere al centro il capitale umano, le competenze, le attività produttive, la zona industriale, il patrimonio naturalistico, archeologico e urbano.
Non servono poi figure fredde e lontane dalla città. Riteniamo serva visione e radicamento nel territorio.

Nel suo intervento ha citato la grave situazione dell’ospedale. Cosa intende fare concretamente?
Intanto smettere di usare la sanità come leva elettorale.
Ho detto che non accetteremo più promesse cicliche senza risultati. Poco prima delle elezioni, siano esse regionali o comunali, le stesse persone fanno da decenni le stesse promesse.
Riteniamo che serva un’azione costante verso la Regione, con peso politico e credibilità di cui abbiamo già detto. L’ospedale non è uno slogan, è un diritto.

Ha parlato anche delle frazioni, citando Nuchis, Bassacutena e San Pasquale. Perché questo passaggio?
Perché una città è tale se si prende cura di tutto il suo territorio. Non si può ricordare le frazioni solo alla vigilia delle elezioni. Ho parlato di orgoglio e dignità. Significa rispetto per ogni parte della comunità, 365 giorni l’anno.

Nel discorso ha richiamato l’esperienza di Gallura da Valorizzare. Perché?
Perché dal 2016 abbiamo dimostrato, come fanno egregiamente altre associazioni, che il territorio si può valorizzare con iniziative concrete: dalle passeggiate didattiche, alle osservazioni astronomiche, passando per gli eventi culturali. E’ stato un laboratorio civico. Ci ha insegnato che Tempio e la Gallura hanno potenzialità enormi, se qualcuno le mette in rete. Presto, su alcuni di questi temi, parleremo in modo più dettagliato.

Ha detto che il coraggio non è solo del candidato, ma dei cittadini. Cosa chiede ai tempiesi?
Chiedo di scegliere Tempio, andando oltre logiche del passato. Il vero coraggio è cambiare metodo anche nella scelta. Non si tratta di votare una persona, ma di decidere se restare prigionieri di uno schema che si ripete o aprire una fase nuova.

Ha concluso dicendo che la nostalgia deve trasformarsi in ambizione. Cosa significa?
Significa smettere di raccontare quanto eravamo importanti e iniziare a lavorare per tornare a esserlo. Senza ricette miracolose, ma con serietà, fattibilità e lealtà.
Riempire di nuovo di significato la parola “Città”. Il passato non ci basta.

Graziano Mura
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