Nell’era digitale e interconnessa, la società contemporanea sembra sempre più distante da alcune realtà fondamentali dell’esistenza: la malattia, la sofferenza e la morte. Si fa fatica a visitare amici e parenti ricoverati, ancor più a confrontarsi con la morte in modo diretto, come accade nei riti funebri tradizionali. Un atteggiamento che non riguarda solo gli adulti, ma che viene trasmesso anche ai bambini, spesso tenuti lontani da ospedali, letti di malattia e cimiteri, nel tentativo di “proteggerli” dal dolore.
Su questi temi è intervenuto nei giorni scorsi il parroco di Palau e vicario foraneo di Santa Maria Maddalena, canonico Paolo Paola, durante un incontro di forania. «Nell’era contemporanea ci sono tre tabù dei quali non si può più parlare: la malattia, la sofferenza e la morte», ha affermato, denunciando una cultura che rimuove ogni forma di fragilità.
Secondo il sacerdote, oggi «non siamo più autorizzati ad ammalarci»: viene imposto un modello di salute permanente, al punto da considerare “giovani” anche a settant’anni. «Non si può essere malati, non si può soffrire, è vietato soffrire», ha sottolineato, criticando l’ossessione per il benessere assoluto. In questo contesto, i genitori mettono in atto ogni strategia pur di risparmiare ai figli anche la minima difficoltà: «le mandracole che si inventano i genitori per dispensare i figli da una minima sofferenza sono qualcosa che Andersen nella sua fantasia non saprebbe esprimere».
Emblematico è il rapporto con gli anziani e gli ammalati. «Avete più visto andare i nipoti dai nonni ammalati?», si è chiesto don Paolo, raccontando che durante le su visite raramente incontra bambini accanto ai familiari sofferenti: «quando vado a trovare gli ammalati della mia parrocchia non trovo mai un bambino… ma abbiamo anche gli adulti hanno difficoltà ad andare a trovare i loro ammalati».
Il sacerdote ha poi messo in guardia da una deriva pericolosa: «Eliminare la “sofferenza” sarebbe una cosa buona, ma quando si tratta di eliminare “il sofferente” che ti ricorda che si può soffrire, questo è perverso», sottolineando che oggi «non si può più parlare di morte, specialmente con i bambini», un silenzio che però rischia di renderla ancora più incomprensibile e spaventosa, invece di aiutare ad affrontarla come parte naturale, come prosecuzione della vita. CR

