Alle due del pomeriggio, dello scorso 29 novembre, nel teatro della Casa Circondariale “Pietro Pittalis” di Nuchis, si spengono le luci. Un silenzio irreale cala sulla sala. Poi il sipario si apre. Sul palco, i detenuti. Non attori. Non professionisti. Uomini. Accanto a loro, i musicisti e i cantanti del Coro Tell Thee Gospel di Telti, che da oltre dieci anni entrano in carcere con una sola convinzione: che la bellezza può passare anche attraverso le sbarre. Alla direzione, il Maestro Sandra Quidacciolu, con Fabio Fiorentino alla batteria, Antonello Menteduro alle tastiere, Pietro Tamponi al basso, e la voce solista di Giada Inzaina. Dal 2014 portano avanti un progetto che ha il suono di una parola impossibile in certi luoghi: miracolo. Quest’anno hanno scelto di portare in scena “Caino e Abele” il dramma dell’errore e la speranza della salvezza: l’umanità ferita dal gesto di Caino, riscattata dalla morte e resurrezione di Gesù, e trasformata dall’amore verso il prossimo che nasce dal suo sacrificio, rappresentato dagli immigrati , segno vivo di accoglienza e fraternità.
Noi di Teleregione Live eravamo lì, unici invitati a guardare, ad ascoltare, a raccontare. Gli altri spettatori erano i detenuti stessi e con loro la direttrice dell’istituto Veronica Proietti, la dirigente della Polizia Penitenziaria, comandante Maria Elena Mariotti, alcuni agenti di polizia penitenziaria, le educatrici che hanno seguito il progetto e il cappellano don Efisio Coni. Lo spettacolo era per loro, pensato come dono, non di libertà, ma di luce. E loro non sono rimasti fermi a guardare. Hanno partecipato con attenzione profonda, con rispetto, con emozione.
Sul palco, nessuno sembrava fuori posto. I detenuti erano a loro agio, presenti, concentrati, liberi almeno per un momento da tutto il resto.
Dietro le quinte, poco prima, ho visto le mani che stringevano i copioni, le magliette bianche con la nota di sol e la scritta “Miracolo del Gospel”, i passi nervosi di chi sapeva che stava per mostrarsi. Non per fingere. Ma per raccontarsi.
Lo spettacolo non è stato un semplice musical. Le parole sono dei detenuti, nate da dentro, come un fiato trattenuto per troppo tempo. Caino uccide. Abele muore. Ma il copione non finisce lì. C’è l’attesa di un perdono. Una sete di resurrezione: “Tutti siamo stati Caino quando abbiamo fatto del male. Abele, quando lo abbiamo subito.” dicono e poi “Quante miserie un uomo può sopportare.”
In scena anche la rapprensentzione dell’Ultima Cena, della lavanda dei piedi, della crocifissione di Gesù. Sul palco anche gli immigrati.
Ogni scena veniva accolta da un silenzio teso e vigile, interrotto da applausi sinceri, incoraggiamenti spontanei.
Al termine dello spettacolo, è stata la direttrice Veronica Proietti a salire sul palco per ringraziare tutti i protagonisti. Si è complimentata per il lavoro svolto, ha parlato di uno spettacolo “emozionante”, e ha espresso il desiderio che eventi come questo possano ripetersi nel corso dell’anno. A margine dell’evento, la direttrice ha ribadito che “è un progetto che va avanti da tanti anni con entusiasmo, un momento di aggregazione per imparare attività culturali e confrontarsi con la comunità esterna”. Parole a cui si sono aggiunte quelle della comandante Maria Elena Mariotti, che ha voluto sottolineare il ruolo fondamentale del personale dell’istituto: “L’attività di volontariato, portata avanti dal coro Gospel, rappresenta una grande risorsa per l’Istituto penitenziario nei progetti di recupero sociale dei detenuti. Dietro le quinte di questi eventi c’è sempre l’opera assidua del personale di polizia penitenziaria, che garantisce tutti i percorsi rivolti ai detenuti con costanza, accompagnamento nel percorso detentivo, assicurando la sicurezza sociale.”
Il sipario si è chiuso intorno alle 15 e 30, ma l’eco delle parole e della musica è rimasto. E con esso, il significato profondo di una frase scelta dai detenuti per concludere lo spettacolo. Una frase scritta da chi, pur tra le difficoltà e i limiti di una condizione, ha voluto lasciare un messaggio chiaro, netto, disarmante nella sua forza: “Continuo a credere nell’uomo.”
Daniela Astara

