I fatti di ieri, se letti con attenzione, meritano molto più di un trafiletto o di un commento fugace sulla stampa. Perché nel cuore di una discussione apparentemente tecnica – quella sulla legge elettorale per i comuni capoluogo con meno di 15.000 abitanti – si nasconde un rischio più profondo, più sottile, ma potenzialmente dirompente: quello di vedere sgretolato, a piccoli colpi di penna, lo status di doppio capoluogo che, per città come Tempio, rappresenta non solo una questione istituzionale, ma una garanzia identitaria e storica. Tacere su questo tema significa complicità, e io non posso tacere.
La cronaca: ieri cinque Sindaci dei comuni sardi interessati da tale status (Tempio Pausania, Gianni Addis; Sanluri, Alberto Urpi; Lanusei, Davide Bruchi; Villacidro, Federico Sollai; Tortolì, Marcello Ladu)sono stati ricevuti dalla Prima Commissione Regionale, a seguito di una loro richiesta protocollata in data 22 Ottobre 2025. Oggetto del confronto: le perplessità sollevate nei confronti della legge elettorale approvata nel 2024 dal Governo. Una norma nazionale che ha finalmente messo ordine a una lacuna e che, con coerenza istituzionale, estende ai capoluoghi sotto i 15.000 abitanti le medesime regole previste per gli altri capoluoghi di provincia. Nulla di più, nulla di meno. Una legge di equità, si potrebbe dire. I Sindaci chiedono di mantenere il sistema elettorale maggioritario secco, temendo che l’applicazione della legge nazionale – che prevede il doppio turno nei capoluoghi sotto i 15.000 abitanti – “possa creare instabilità politica e maggiori costi organizzativi”. Timori che vengono sollevati dopo oltre un anno dalla sua approvazione, e dopo diversi anni di adeguamento su più fronti, anche economici, al titolo di capoluogo.
«Le istanze espresse hanno una legittimità piena. È il momento giusto per riflettere su una riorganizzazione complessiva dei sistemi elettorali, tanto per i Comuni quanto per la Regione». Così si è espresso il presidente della I Commissione, Salvatore Corrias (Pd), aprendo il confronto. Parole che, lette con attenzione, non sono solo apertura: sono spiraglio, sono preludio. Perché da una “riforma complessiva” al taglio chirurgico di una virgola che possa ridefinire il concetto stesso di capoluogo, il passo è breve. Anzi: è già scritto in controluce.
E allora una domanda si impone: si può davvero aspirare ad essere capoluogo solo quando fa comodo? Si può sventolare con fierezza il titolo per ottenere servizi, visibilità, fondi e poi – al momento del confronto democratico – domandare eccezioni, chiedere corsie preferenziali, farsi più piccoli di ciò che si è rivendicato con orgoglio?
Io credo che essere capoluogo sia una responsabilità. Non si può indossarne la dignità a giorni alterni, come una fascia cerimoniale da tirare fuori solo quando conviene. Il rispetto per le istituzioni si misura soprattutto nei momenti scomodi, nelle scelte difficili, nelle regole del gioco che valgono per tutti.
Francamente, trovo singolare – e uso volutamente un eufemismo – che proprio coloro che hanno lottato per anni per vedere riconosciuto il titolo di capoluogo, oggi si presentino per chiedere deroghe su quello che rappresenta il cuore della vita democratica: le elezioni. Se davvero si ritiene che quei Comuni siano realtà minori, allora si abbia il coraggio di dirlo chiaramente. Ma si metta in discussione tutto, non solo la parte di legge che – evidentemente – mette a disagio chi oggi guida quelle amministrazioni.
E qui sta il nodo più delicato.
Chi ha parlato iere in Regione? I Sindaci come rappresentanti delle comunità, o i futuri eventuali candidati? Se si fosse trattato di una presa di posizione istituzionale, sarebbe stato doveroso aprire prima quantomeno un dibattito nei rispettivi Consigli Comunali, dando voce a tutte le forze politiche. Così non è stato. E allora viene il dubbio – legittimo – che ci si trovi di fronte a un’iniziativa personale travestita da istanza collettiva. A questo punto la Commissione dovrebbe udire anche tutti gli altri? E magari chi sostiene che ci debba essere un solo capoluogo per provincia? Staremo a vedere cosa tutto questo innescherà!
Perchè questo atteggiamento rischia non solo di svilire il ruolo istituzionale di chi guida le città, ma anche – e soprattutto – di aprire una pericolosa breccia normativa, dalla quale, un domani, potrebbe passare molto di più. Una “riforma strutturale”, “un riassetto”, una riscrittura del concetto stesso di capoluogo. E a quel punto, con una sola virgola, si potrebbe cancellare una storia lunga decenni. Una storia che, per città come Tempio, non è solo orgoglio, ma presidio di dignità territoriale.
Inevitabilmente, la domanda inizia a farsi strada, anche tra i più cauti: è giusto che esistano doppi capoluoghi come Lanusei, con 4.968 abitanti, o Sanluri con 8.036? E di chi sarebbe, davvero, la responsabilità di questo squilibrio? Non certo di Tempio, che ne conta 13.003, proprio come Urbino, città capoluogo che – senza clamore e senza deroghe – è andata regolarmente al voto con il doppio turno, nel pieno rispetto della nuova normativa. Nessuno ha protestato. Nessuno ha chiesto eccezioni. Allora, prima di mettere mano a questa legge elettorale, e prima ancora di intaccare – anche solo per ipotesi – l’istituzione del doppio capoluogo che per Tempio è storicamente fondata e legittima, sarebbe opportuno domandarsi chi abbia forzato, anni fa, l’istituzione di alcune province, prendendo a modello l’unica che aveva davvero i numeri, la storia e il senso per esistere: l’ex Olbia-Tempio, oggi riconosciuta come provincia della Gallura Nord Est.
Cambiare oggi la legge, significherebbe ammettere che l’errore fu proprio quello: distribuire titoli di capoluogo senza coerenza. E chi oggi chiede di modificarla, implicitamente, riconosce che quel titolo non avrebbe mai dovuto averlo.
Attendiamo sviluppi
Fabrizio Carta
