
C’è chi festeggia la vittoria. Chi ammette la sconfitta. Ma tutto questo avviene sopra il silenzio assordante di un dato che dovrebbe far tremare più di ogni altro: l’astensionismo.
Le recenti elezioni regionali, come quelle in Calabria, accendono un campanello d’allarme che ormai lampeggia da anni. Eppure, più si fa evidente, più chi dovrebbe porsi delle domande si volta dall’altra parte.
Oltre la metà degli aventi diritto non si presenta al voto. Tutto legittimo, sia chiaro. Ma è un dato che non può più essere archiviato come semplice disaffezione, ma che va interpretato per ciò che è: una bocciatura.
Una bocciatura di una parte della politica, se vogliamo di una parte “di un sistema”, ovvero di alcune persone che lo rappresentano. Possiamo continuare a ripetere – giustamente – che il voto è un diritto conquistato con sacrificio. Ma è anche uno dei pochi strumenti con cui il popolo può dire, in silenzio: “non ci crediamo più”.
Intanto si festeggia, si recrimina, si analizza… Ma lo si fa con numeri che non rappresentano neppure la metà dei cittadini. In questo scenario, la vera sconfitta è di tutti. La politica ha fallito nel suo compito più importante: coinvolgere.
Il problema si aggrava quando l’astensionismo colpisce non solo la politica nazionale, ma anche quella amministrativa. Le elezioni regionali e comunali dovrebbero essere le più sentite, perché riguardano la quotidianità delle persone. Eppure, anche qui, l’assenteismo è crescente.
Un dato che deve preoccupare, soprattutto in Sardegna, dove tra pochi mesi si tornerà a votare in molte realtà locali. E se il trend dovesse confermarsi come quello delle altre regioni, il 47,7% dell’astensionismo delle ultime regionali (2024) potrebbe essere ulteriormente superato, e ci sarebbe poco da stare tranquilli.
C’è chi sostiene – a torto o a ragione – che all’aumentare dell’astensione, aumenti il peso del voto brutalmente detto “clientelare”, quello “obbligato”, fatto per dovere verso il favore ricevuto o la promessa fatta. Ovviamente non si può assolutamente generalizzare, la maggior parte degli elettori è composta da gente che esercita il proprio diritto di voto con orgoglio e senso di dovere; ma è proprio questa crescente diminuzione di partecipazione col senso del dovere a preoccupare.
Perché rischia di attivare un meccanismo già presente in alcune località, che avvelena la democrazia e che genera ristagno: politico, economico, culturale, demografico. Nei casi peggiori, dalla stagnazione si passa al declino. Il risultato del declino? Si governa non per costruire, ma per sopravvivere. Non si progetta, si rattoppano buche. Non si guarda avanti, si guarda al consenso. E così, ogni giorno, si allontana un po’ di più il cittadino dalla politica. Un circolo vizioso che finisce per distruggere ciò che conta di più: il futuro dei nostri figli.
Forse è arrivato il momento di riflettere seriamente. E, per una volta, non per tattica, ma per amore.
Amore verso una terra che, troppo spesso, è stata spremuta e sfruttata, e che oggi chiede soltanto una cosa: futuro.
In questo percorso possono giocare un ruolo decisivo nuovi spazi per nuove visioni. Nuove energie. Serve aprirsi, abbattere i veti, superare guerre intestine e piccole invidie. Mettersi insieme, l’entusiasmo dei nuovi, insieme all’esperienza dei più esperti. E coinvolgerne altrettanti.
A volte basterebbe semplicemente smettere con la logica del “se non tocca a me, non tocca a nessuno”. Perché nulla disaffeziona più di vedere questo atteggiamento da parte di chi è sulla scena da trent’anni.
In certi territori, il filo diretto dell’astensionismo è proprio il passato. Quel passato che, a forza di proclami e promesse, ha prodotto un declino oggettivo, numerico, visibile.
Eppure, nessuno ha da ridire – e giustamente – quando anche un sistema politico consolidato riesce a costruire un futuro. Succede quando si governa con efficacia, quando si producono risultati tangibili, quando si può tornare davanti ai cittadini con dati certi: crescita economica, miglioramento dei servizi, attenzione alla sanità, infrastrutture, benessere diffuso, elevazione culturale.
Il problema sorge quando quel passato – che ha guidato un territorio nel declino – continua a voler decidere, arroccandosi in una logica proprietaria del potere. Dove chiunque si proponga diventa automaticamente un nemico. In questi casi, il futuro non arriva mai. E la gente, sconsolata, davanti all’assenza di alternative vere, semplicemente smette di partecipare.
Non è un caso che nei territori dove si governa bene, la partecipazione cresca. Non solo il giorno del voto, ma durante l’intera legislatura. Lì si sviluppano nuove idee, nasce una vera alternanza, si costruisce una comunità attiva. Una contrapposizione politica sana, viva, leale. Che coinvolge i cittadini, rafforza le istituzioni, dà senso anche ai luoghi spesso trascurati della democrazia: i consigli comunali. Luoghi dove non si dovrebbe solo alzare la mano, ma anche la voce. Con rispetto, con competenza. Ma soprattutto, con presenza.
Quando tutto questo manca – quando il dissenso resta privato e il consenso si fa silenzioso – i risultati diventano finti. Pochi decidono per tutti. Si governa per pochi. E i tanti si ritirano.
L’astensionismo è il vero protagonista di questa stagione politica. E ignorarlo è la più grande ipocrisia.
Forse non possiamo fermarlo subito.
Ma possiamo – e dobbiamo – iniziare a dirlo.
E a fare la nostra parte.
Che poi, in fondo, è proprio questo il senso di queste righe.

