CAGLIARI – Condizioni difficili, personale penitenziario insufficiente e un sistema che fatica a garantire i diritti fondamentali delle persone private della libertà. È il quadro che emerge dalla Relazione finale 2024 del Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Irene Testa, presentata in Consiglio regionale.
Il documento denuncia innanzitutto il sovraffollamento di molti istituti: a fronte di una capienza regolamentare complessiva di 2.502 posti, i detenuti presenti al 31 dicembre 2023 erano 2.593, con un picco registrato a Uta (620 detenuti per 561 posti) e a Bancali (468 presenti su 365 posti regolamentari). Ma il problema non è solo numerico: la relazione evidenzia la mancanza di personale di polizia penitenziaria – 190 unità in meno rispetto alla pianta organica – e la presenza di solo 27 educatori per tutta l’isola, con un rapporto medio di un educatore ogni 95 detenuti.
Tra i nodi critici più gravi, il Garante segnala l’assenza di assistenza psichiatrica adeguata, in un contesto dove la fragilità psicologica è sempre più diffusa. Molte segnalazioni hanno riguardato proprio casi di disagio psichico non trattati, con conseguente rischio per la salute e la sicurezza di tutti.
Nel 2023 si sono registrati otto suicidi all’interno degli istituti penitenziari sardi, un dato che impone una riflessione urgente. “Il carcere deve essere uno spazio di recupero, non di abbandono”, si legge nel documento.
Anche il Garante dei minori ha partecipato al lavoro, segnalando criticità nelle strutture per i giovani, come a Quartucciu, dove il personale educativo risulta fortemente sottodimensionato, e a Cagliari, dove la comunità per minori ha chiuso.
Il Garante ha svolto 46 visite ispettive nel 2023 e ricevuto 285 istanze da parte di detenuti o familiari. Tra le proposte avanzate, l’implementazione di progetti di reinserimento sociale, l’aumento di personale qualificato, e una revisione strutturale dei meccanismi di cura e ascolto, a partire dalla salute mentale.
Tra i casi più emblematici citati nella relazione, spicca quello di Beniamino Zuncheddu, detenuto per 33 anni e assolto con formula piena per non aver commesso il fatto. Una vicenda che, secondo la Garante, “chiama in causa la responsabilità dello Stato e impone una riflessione profonda sulla giustizia e sui meccanismi che portano a condanne ingiuste”. L’errore giudiziario che ha colpito Zuncheddu viene indicato come un monito sulla necessità di rafforzare le garanzie nel sistema penale e tutelare i diritti fondamentali, anche dentro il carcere.
“La detenzione non può e non deve mai coincidere con la sospensione della dignità”, sottolinea la relazione, che si conclude con un appello alla politica regionale: investire con coraggio su diritti, ascolto e umanità.
