“Penso alla bellissima giornata di ieri con l’UTE di Tempio: la visita a Lu Brandali di Santa Teresa Gallura, il villaggio nuragico cui ho dedicato, per 3 mesi all’anno, 18 anni della mia vita”. A scrivere queste parole è l’archeologa tempiese, Angela Antona, che lo scorso 27 maggio ha svolto una conferenza dell’UTE di Tempio Pausania in trasferta, nel sito archeologico nel quale (e non solo in quello) ha lavorato per anni.
“L’attenzione della sessantina di soci, cui si sono uniti una decina di turisti e la loro voglia di conoscere le abitudini di vita della comunità che in quello stupendo luogo ha vissuto – ha scritto Angela Antona – hanno risvegliato in me tutta l’emozione di quegli anni trascorsi a leggere nella terra e ridare la parola, attraverso i manufatti, ad artigiani, pastori, agricoltori, pescatori che, in quel sito oggi custodito dalle cure del tempo e della natura, hanno consumato i loro giorni. Tutto ha ripreso vita e suoni, dagli abitanti antichi di quelle capanne, sepolti nella tomba di giganti, fino al fruscio del vento fra le chiome dei lentischi e degli olivastri che, con le loro radici intricate, trattenevano gelosamente i resti di quelle abitazioni e laboratori che oggi si offrono alla nostra vista”.
Il complesso nuragico di Lu Brandali, poco fuori l’abitato di Santa Teresa Gallura, sulla strada per Capo Testa, è costituito da un nuraghe, un villaggio e una tomba di giganti, ed è stato indagato proprio da Angela Antona (1998-2014) e poi da Letizia Lemmi (2015-2016). A Lu Brandali, la cui datazione va dal XIV sec. al X sec. a.C. (Bronzo medio, bronzo medio finale), nei primi anni ‘80 vennero ritrovate anche circa 50 inumazioni accompagnate dal corredo funerario.
“Ho rivisto nei ricordi i volontari che, in quegli anni di scavi, arrivavano da tutta Italia e dall’estero per avvicendarsi in ginocchio sulla terra, armati di piccozze, cazzuole, pennelli e scopette di saggina” ha scritto la Antona.
Angela Antona termina lo scritto con un tocco di nostalgia, la modestia pur per l’importante lavoro svolto, la soddisfazione per averlo svolto sebbene possa essere dimenticato chi lo ha realizzato:
“Quanto lavoro, quanto impegno, quanta conoscenza del passato abbiamo acquisito insieme!”, conclude: “Oggi, poco o nulla importa se non siamo noi ‘operai’ e ‘operatori’ a restare nel ricordo di chi può godere del nostro patrimonio, perché la parola deve essere di quest’ultimo per il quale, col cuore collegato al cervello, abbiamo speso la nostra vita”. (CR)
