S’Iscravamentu in limba: a Olbia, a San Paolo il dramma della Croce parla la lingua del popolo

DiRedazione

07/04/2025

Per l’undicesimo anno consecutivo, la Primaziale di San Paolo ospita uno dei riti paraliturgici più intensi e partecipati della Settimana Santa: s’Iscravamentu, la deposizione del Crocifisso dalla croce, celebrata in lingua sarda.

«Si tratta di una espressione di pietà popolare, una paraliturgia», spiega don Gianni Satta, parroco della chiesa di San Paolo. Un momento che si inserisce nel cuore del triduo pasquale – Passione, Morte e Risurrezione del Signore – e che, grazie alla presenza della Confraternita di Santa Croce, si radica profondamente nella liturgia e nella tradizione del popolo.

Dal 2015, il commento della deposizione viene proposto in limba, come atto d’amore per la lingua madre e come forma di testimonianza viva. «La proposta della lingua sarda logudorese è l’attualizzazione della lingua materna, il primo linguaggio che parte dal cuore e arriva alla testa e ritorna arricchito alla vita», racconta il parroco. «Una parola che parla immediatamente alla vita».

«La figura del Crocifisso – continua don Gianni – è la più adeguata per manifestare ad ogni uomo l’anelito alla sua libertà, alla sua verità, alla sua giustizia e alla pace. Il crocifisso parla il linguaggio muto dell’assurdo, del non senso, della follia lucida dei poteri terreni».

Un rito che trova popolarità storica nella condizione di dolore e povertà vissuta dal popolo sardo. «Le ferite diventano feritoie attraverso cui filtra la luce di un nuovo giorno, della nascita del nuovo Adamo. È la Pasqua del Signore, il giorno che il cristiano attualizza con il dies Domini, la domenica della settimana».

Eppure, ricorda il parroco, la sfida è sempre la stessa: non restare nel lutto, ma aprire alla speranza. «Ho sempre chiesto al commentatore di non rimanere soffocati nel grido disperato che Dio è morto – “È mortu su Segnore!” – ma di aprire il silenzio del venerdì santo alla Speranza. Per tutti è stata, ed è, una grande fatica andare oltre la morte, oltre ogni morte».

Negli anni, s’Iscravamentu ha conosciuto nuove voci e nuovi sguardi. «Sono già stati due i commentatori laici: Bandinu e Fois. Hanno fatto rimbombare la sapienza antica della croce. Eppure nuova, che schioda da schemi fissi del pensare e dell’agire».

Quest’anno, la grande novità: per la prima volta, il commento è affidato a una donna, la storica dell’arte Maria Antonietta Mongiu, originaria di Pattada. «Un altro taglio, un’altra sensibilità, un’altra prospettiva: al femminile. Ci aiuterà a leggere la storia alla luce dello Stabat Mater», conclude don Gianni.
«Una vera resistente, che come tutte le gratuità è segno di una forza assoluta che supera ogni sofferenza del figlio. Anche questo è un dono, un miracolo: se s’Iscravamentu può dare visibilità, lingua e carne all’amore».

Il rito sarà trasmesso in diretta su Teleregione Live, canale 88 del digitale terrestre.

error: Contenuto protetto