San Simplicio, rileggi qui l’omelia del Vescovo diocesano Mons. Fornaciari

DiRedazione

15/05/2024

San Simplicio 2024
15.05.2024 Olbia – Solennità di San Simplicio

Omelia di Mons. Roberto Fornaciari, O.S.B. Cam.
Mi hanno detto che, nella festa del santo Patrono, è tradizione che il vescovo rivolga una
parola a tutti gli Olbiesi oltre che ai fedeli della diocesi. Lo faccio anch’io volentieri: il
Signore mi ha chiamato a vivere in questo splendido angolo della Sardegna e desidero
con tutto il cuore entrare nel tessuto della vita cittadina di Olbia, riuscire a coglierne e
ammirare l’anima, contribuire alla vita buona di tutti.
Alcuni recenti avvenimenti di cronaca e la bolla pontificia1 con cui il 9 maggio papa
Francesco ha indetto l’Anno santo 2025 mi sono stati di ispirazione nel preparare questa
omelia perché è più che mai evidente oggi, anche nella nostra realtà locale, un
accresciuto bisogno di speranza.
Noi del XXI secolo siamo figli di una diffusa mentalità pragmatica, che segue i valori di
una società fondata sulla ricerca del piacere, sul desiderio di possesso,
sull’individualismo egoistico, sulla competizione e sulla fretta. Tutto deve essere
realizzato subito, perché vale di più chi produce di più. Gli attuali ambiti della speranza
sembrano inquinati, perché educano a desiderare le cose e a sognare situazioni future
illusorie. La società dei consumi sforna esseri tristi e disperati.
Molti si trascinano nel non-senso, in un vuoto interiore che viene compensato
continuamente con lo stress, facendo seguire ad una attività un’altra attività in modo da
non lasciare mai spazi vuoti. Oggi lo stress è un demone che domina su tanti uomini e
donne. Tanti segnali presenti nella nostra società, nelle cronache dei nostri giornali, ci
fanno rilevare infelicità, insoddisfazione e dubbio sulla vita. Mentre è aumentato il
benessere fisico e materiale, è diminuita la speranza. Tutte le inchieste concludono che in
genere i paesi occidentali offrono risposte soddisfacenti ai bisogni fondamentali e
voluttuari, ma sono più infelici rispetto al passato. Tale infelicità è legata alla mancanza
di prospettive per il futuro e quindi alla carenza di speranza. Le cronache quotidiane,
d’altra parte, riferiscono frequentemente di suicidi, di morti per droga, di incidenti
automobilistici che un tempo venivano chiamati stragi del sabato sera. Sono “soluzioni”
consce o inconsce di rifiuto della vita e di morte della speranza. Anche la drastica
diminuzione del tasso di natalità indica che sono venute meno molte ragioni per vivere.
Per questo si gioca d’azzardo con la morte.
La spiegazione di questo fatto, che può sembrare contraddittorio, la possiamo vedere in
un progresso che ha fatto cadere le illusioni, in una disponibilità dei beni che ha fatto
scoprire l’insufficienza delle cose, nel grande numero di possibilità oggi offerte che ha
reso più facile la scoperta degli idoli. Cosa puoi aspettarti dal futuro, quando sai già che i
beni a disposizione non daranno la risposta che attendi? La felicità dell’uomo viene
annunciata e perseguita sulle vie del potere economico e politico, del piacere sessuale a
buon mercato, delle soddisfazioni derivanti dal possesso sempre più esteso. La società
dei consumi diffonde la convinzione che la felicità dell’uomo viene dall’utilizzazione di
beni sempre più numerosi, dall’acquisizione di potere sempre maggiore, dalla
soddisfazione degli istinti sempre meglio assecondati.

Sappiamo che la causa principale che spinge le persone alla droga e ad altre dipendenze
è l’assenza di motivazioni che trascendono la mondanità, è la mancanza di un chiaro
senso della vita e della sua sacralità. L’uomo, quando non ha un punto di riferimento o
un traguardo da raggiungere, cade in un vuoto di valori e in un disinteresse per la vita
che viene subita come un peso, a volte insopportabile. Ecco perché assistiamo al dilagare
del tragico sentimento di disperazione e di fuga dalla realtà. Dobbiamo “vaccinarci”
contro l’epidemia della disperazione e della rassegnazione, tentazione che sta sempre in
agguato, sentimento molto diffuso nel mondo.
Certo viviamo in tempi difficili. Non è soltanto un problema di difficoltà a livello
internazionale, di guerre. Non è semplicemente una questione di crisi economica. Il
quadro generale è più complesso e inquietante. La nostra si va rivelando sempre più
un’epoca di grandi paure. Nell’odierna società la speranza pare essersi dissolta dalla
collettività per essere relegata dentro lo spazio angusto della coscienza privata, senza
alcuna rilevanza sociale. Ma in realtà abbiamo un’immensa sete di speranza. In tanti
manca la gioia di vivere il quotidiano, anche se ne abbiamo un immenso bisogno.
Abbiamo bisogno di vivere la nostra esistenza, pur nella fragilità e nell’eventuale
povertà, avendo come compagna la speranza, affinché si possano liberare nuove energie
per vivere bene.
Occorre coltivare la virtù dell’attenzione, per saper riconoscere e porsi nella relazione
giusta con gli eventi e le persone con cui si viene a contatto. L’attenzione di chi veglia,
di chi ascolta prima di dare risposte. Allora possiamo e dobbiamo allenare la nostra
attenzione per essere profezia di speranza nel mondo e lo possiamo fare insieme, anche
se provenienti o appartenenti a percorsi che si rifanno a pensieri e ideali diversi, ma se
cerchiamo il bene della nostra società, il bene delle persone che la costituiscono,
troviamo anche una piattaforma comune per operare insieme.
Essere profeti di speranza. I profeti sono coloro che sanno ricercare e riconoscere nella
storia ciò che non è inferno, cioè il bene e il bello. Per noi cristiani si tratta di
riconoscere i segni dei tempi alla luce della Parola di Dio, cioè le correnti sotterranee
della storia, che sono orientate in direzione di Dio; significa cercare di riconoscere quei
segni di speranza presenti nel mondo e in ogni uomo e in ogni donna, che sono spiragli,
aperture verso un orizzonte più vasto.
Senza speranza non si va da nessuna parte, non si parte nemmeno! Invece l’uomo è
viator, un camminatore, sempre in cammino verso nuovi orizzonti. L’uomo non è
appagato dal limite e aspira ad un “oltre”. L’uomo sa di esistere nel mondo e nel tempo
ma anche al di sopra del mondo e del tempo perché la coscienza che ha del proprio io lo
spinge al superamento di ogni meta raggiunta. Siamo tutti chiamati ad accogliere e
vivere la speranza come scelta fondamentale, cioè su cui fondiamo la nostra vita.
Come cristiani ci sentiamo debitori di speranza verso tutti. Mantenendo senza vacillare
la professione della nostra speranza, questo ci ricorda oggi san Simplicio, che
sicuramente conosceva questo brano di san Paolo, richiamato anche da papa Francesco
nella bolla Spes non confundit: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione,
l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? […] Ma in tutte queste
cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che
né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza
né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo
Gesù, nostro Signore» (Rm 8,35.37-39). Ecco perché questa speranza non cede nelle
difficoltà: essa si fonda sulla fede ed è nutrita dalla carità, e così permette di andare avanti
nella vita.2
Ancora papa Francesco ci ricorda che « La testimonianza più convincente di tale speranza
ci viene offerta dai martiri, che, saldi nella fede in Cristo risorto, hanno saputo rinunciare
alla vita stessa di quaggiù pur di non tradire il loro Signore. Essi sono presenti in tutte le
epoche e sono numerosi, forse più che mai, ai nostri giorni, quali confessori della vita che
non conosce fine. Abbiamo bisogno di custodire la loro testimonianza per rendere feconda
la nostra speranza »3.
Sull’esempio di san Simplicio e dei martiri che non ebbero timore di testimoniare la fede
con il sangue perché animati da una solida speranza, anche noi «abbiamo bisogno di
“abbondare nella speranza” (cfr. Rm 15,13) per testimoniare in modo credibile e attraente
la fede e l’amore che portiamo nel cuore; perché la fede sia gioiosa, la carità entusiasta;
perché ognuno sia in grado di donare anche solo un sorriso, un gesto di amicizia, uno
sguardo fraterno, un ascolto sincero, un servizio gratuito, sapendo che, nello Spirito di
Gesù, ciò può diventare per chi lo riceve un seme fecondo di speranza»4.
E desideriamo condividere un seme fecondo di speranza con tutti gli uomini e le donne
di buona volontà, con tutti coloro che ricercano e si impegnano a costruire il bene
comune, che riconoscono la pari dignità di ogni essere umano e la sua originaria
dimensione sociale, per la quale tutti gli uomini sono tra loro interdipendenti e sono
pertanto chiamati a collaborare al bene di tutti.
Il bene comune si presenta come meta e impegno che unifica gli uomini al di là della
diversità dei loro interessi, e che esige la cura che ogni cittadino deve avere per la legge,
la cui finalità è precisamente di proteggere il concreto bene di tutti. Tutto questo per
realizzarsi ha bisogno di una più ampia e capillare diffusione della solidarietà tra le
persone, una maggiore vigilanza in ambito etico e legislativo e una decisa educazione
delle coscienze per il superamento di mentalità privatistiche ed egoistiche. Tutto questo è
certamente una grande sfida, ma la speranza va educata, coltivata, rigenerata ogni giorno
e penso che farlo insieme sia ancora più bello e affascinante.
San Simplicio percepito quale modello di pastore saggio, di testimone generoso fino al
dono di sé, sprona ognuno di noi ad essere fedele al mandato ricevuto, ad affrontarne le
fatiche, nella condivisione delle gioie e dei dolori, nel coinvolgimento personale con i
problemi della gente che ci è affidata.
La sua intercessione protegga ancora la nostra Chiesa, la nostra Città.